Volevo dirle tante cose

Volevo dirle tante cose

Di Roberta De Santis, Premio “Hombres” per la narrativa 2013

Viandante nei sentieri suggestivi dell’anima, alla ricerca delle radici identitarie…L’autrice percorre il suo cammino verso la liberazione dal dolore

“Volevo dirle tante cose” racconta la storia di Sara, responsabile di una libreria che è il centro della sua vita, scandita da ritmi precisi e apparentemente serena. Sotto lo specchio d’acqua tranquillo della superficie, Sara nasconde nel cuore un difficile rapporto con la madre, il silenzio di sempre e la costante ricerca di parole giuste, regolarmente vane. L’importanza delle parole appare cristallina quando Sara incontra l’amore. Il romanzo diventa così uno scrigno di riflessioni luminose ed accorate, un contenitore prezioso di emozioni e confidenze struggenti, a tratti commoventi, utili a chi forse sta sprecando parole e tempo, sicuro di avere ancora mille opportunità per risistemare rapporti dolorosi e perduti.

Viandante nei sentieri suggestivi dell’anima, alla ricerca delle radici identitarie, rinvenibili nella famiglia, e delle origini della fragilità psicologica che connota la condizione esistenziale di ciascuno dei personaggi in cui si proietta e si rispecchia, l’autrice percorre il suo cammino verso la liberazione dal dolore leggendo e vivendo il suo tempo e la sua storia in una proiezione perpetuamente oscillante fra progettualità e sogno e in una dimensione costantemente instabile, segnata dall’ascesa e dal precipizio, dal successo e dallo smarrimento.

L’intensa soggettività e la scrittura immaginifica presenti in “Volevo dirle tante cose” figurano spazi e tempi sconfinati, proiettati negli sfondi vertiginosi e illimitati dell’anima di chi vive perennemente sospeso fra il reale e l’immaginario, tra la fallacia di sogni infranti e l’aspirazione alla gioia più casta e più autentica. Da leggere, per emozionarsi e ritrovare la bellezza, a tratti perduta e remota, delle parole giuste, quelle che danno corpo ai sentimenti e sfiorano l’anima.

A San Benedetto dei Marsi: “Il naso delle bella addormentata ed altre storie” di Ernesto Seritti

A San Benedetto dei Marsi: “Il naso delle bella addormentata ed altre storie” di Ernesto Seritti

San Benedetto dei Marsi. Sabato 19 agosto alle ore 21,00 a San Benedetto dei Marsi , in piazza della Domus (Largo d’Arpizio) si è tenuta la presentazione del libro di Ernesto Seritti “Il naso della bella addormentata ed altre storie” . L’evento, organizzato dal Gruppo Volontari del Caffè Letterario di San Benedetto dei Marsi, ha visto la partecipazione della scrittrice Emma Pomilio, che ha presentato il libro; della professoressa Annalisa Caivano e Vittoria de Baise voce narrante. Le letture a cura di Paola di Norcia, Luana Trinchini, Paola di Giacomo. E’ stato proiettato in video con “Le bellezze della marsica e della Valle del Giovenco” a cura di Gianluca Calvarese. Ha presentato Valeria de Vincentis. Gli intermezzi musicali del M° Orante Bellanima.

Seritti è nato a S.Benedetto dei Marsi, il 2 settembre 1947 e per ragioni familiari e professionali ha vissuto per molti anni tra Lombardia e Basilicata tornando  con una certa regolarità nel borgo natio. Di studi classici e formazione umanistica si è avvicinato alla narrativa alquanto casualmente. Infatti il primo romanzo ha preso forma in seguito al ritrovamento in un vecchio baule di un diario appartenuto ad un prozio materno,la cui vicenda umana triste ed avventurosa è narrata in “ Le ragazze di Pescolo sorridono a maggio”. L’autore si cimenta nel racconto breve in questa raccolta che prende il nome dal volto di donna che sembra emergere guardando a distanza il sovrapporsi del monte Tino con il Sirente. Trentacinque le storie che colpiscono per l’incipit “ gravido di mistero, per l’ansia del prosieguo che si genera alla lettura per lo stile sobrio ed asciutto, il periodare telegrafico e quasi paratattico, per l’aggettivazione essenziale, colorita ed appropriata, che riflette pienamente il personale modo d’essere e di esprimersi dello scrittore . Ciò che emerge alla fine è un prontuario , un antologia della vita che ricorda seppure in altra forma , quella classica e celebre di Spoon River”.  Monica Virgilio

19 giugno 1949, un dipendente di Alessandro Torlonia riesce quasi ad uccidere il Principe

19 giugno 1949, un dipendente di Alessandro Torlonia riesce quasi ad uccidere il Principe

Roma. Alessandro Torlonia ha sempre diviso in due l’opinione pubblica: da una parte c’era chi lo adorava, dall’altra chi lo odiava. Succede ancora adesso, a distanza di anni dalla sua morte, ma questa spaccatura era ancora più marcata negli anni in cui era ancora in vita. Più di una volta subì attentati alla sua persona, ma il tentativo che vi andò più vicino fu di sicuro quello messo in atto da un suo ex dipendente. Pierino Amori, nato tra i monti della Valnerina a Poggiodomo, in provincia di Perugia, a soli 13 anni fu assunto come pecoraio nella bellissima tenuta dei principi Torlonia a Monteleone. Per dieci anni Pierino si prese cura del suo gregge, poi un giorno cadde da cavallo e si ruppe la testa. Per salvarlo i medici furono costretti ad una difficilissima operazione a cranio aperto. Come è facile immaginare Pierino, in quello stato, non poteva più adempiere al suo lavoro e venne licenziato dai Torlonia. Siamo nel 1948, e nonostante i sindacati e l’INAIL non fossero proprio un modello per quello che riguardava i diritti dei lavoratori, Torlonia nulla poté contro il ricorso fatto dal suo dipendente e dovette riassumerlo. Ma nel 1948 capitò un episodio da cui Pierino, ormai diventato persino fattore, non avrebbe potuto scamparsela: sparirono 222 pecore. L’uomo provò a giustificarsi dicendo che erano le pecore requisite dai tedeschi durante la fuga, ma i Torlonia lo denunciarono e infine riuscirono a licenziarlo. Ma Pierino, che continuava a ritenersi innocente ed era convinto che quella fosse solo un’accusa infondata utile alla vendetta del Principe, non si diede per vinto. Cercò nuovamente un colloquio con il Principe che, ogni volta lo rimbalzò. Alessandro Torlonia, impensierito dall’insistenza del suo ex dipendente, lo denunciò persino per minacce al commissariato di Campo Marzio. Ma l’ex pastore non ne volle sapere, aveva un conto in sospeso con il Principe ed era deciso a tutti i costi ad ottenere la sua vendetta. Lo aspettò il 19 giugno del 1949, una domenica mattina, mentre il Principe si trovava a messa accompagnato dalle due sorelle, nella chiesa di San Girolamo degli Illirici, in via Ripetta a Roma. Un paio di agenti lo avevano riconosciuto, ma dopo averlo perquisito e trovato disarmato, furono costretti a lasciarlo entrare in chiesa. Lì, finalmente, Pierino riuscì a guardare negli occhi l’uomo che l’aveva licenziato. Pierino rimase in attesa tutto il tempo poi, finita la messa, alle 11 tirò fuori la pistola e fece fuoco, sparando cinque colpi in direzione del Principe. Tre lo colpirono, al torace, al braccio sinistro e all’addome, gli altri due invece colpirono due fedeli, del tutto estranei a quel regolamento di conti. Il Principe, che sentendosi minacciato aveva a sua volta con sé una pistola, non fece in tempo ad usarla e si accasciò a terra. Torlonia venne subito portato in ospedale, dove si accorsero che l’intestino era bucato in più punti, e lo sottoposero immediatamente ad un lungo e complicato intervento chirurgico. Nonostante i medici avessero ridotto al minimo le possibilità di vita, Torlonia riuscì a salvarsi e a rimettersi in sesto, seppur non prima di aver passato una lunga e difficilissima convalescenza, in cui andò a trovarlo tutta la Roma bene di allora. Pierino, che dopo l’attentato non aveva nemmeno tentato la fuga, fu arrestato e agli agenti di Campo Marzio non fece segreto che il suo scopo, sin dall’inizio, era proprio quello di uccidere il Principe Torlonia. Gli inquirenti accertarono che il gesto di Pierino era premeditato, in quanto l’uomo aveva in qualche modo nascosto la pistola all’interno della chiesa, già con largo anticipo. Ma, ironia della sorte, il suo avvocato riuscì a scampargli il carcere solo perché fece riferimento alla stessa caduta da cavallo che gli costò il posto, appellandosi all’infermità mentale procuratasi proprio in quell’incidente. @francescoproia (si ringrazia Valerio Cristini per la segnalazione)