Il Punto su…

Il mese horribilis dell’Abruzzo, tra buone pratiche e cattive politiche

Terremoto, incubo bianco di neve, esondazione dei fiumi. L’apocalisse in Abruzzo è arrivata in un gennaio che sarà impossibile dimenticare e che lascia dietro di sé una scia di morti, di macerie e danni incalcolabili. La paura ha accompagnato gli abruzzesi, quelli che hanno imparato a conviverci e quelli che con essa hanno fatto i conti in quei giorni di continua emergenza. Questi giorni”, perché si spengono i riflettori ma l’emergenza, in realtà, resta lì. Parliamo delle scuole e dell’edilizia pubblica da mettere in sicurezza, delle strade da riparare e da tenere pulite in caso di nevicate, dei costoni di montagna che rischiano di venire giù e di abbattersi rovinosamente su vie, case e vite. Di una catena di comando e di responsabilità che troppo spesso s’inceppa, incappa in nodi, con conseguenze a volte tragiche. Nell’inferno d’Abruzzo, la Marsica è stata, si può dire, miracolata. Le scuole sono rimaste chiuse, la neve ha reso difficile raggiungere alcuni centri, il black out prolungato ha colpito decine di famiglie, soprattutto in alcune zone. Ma la situazione non è mai stata davvero fuori controllo. I sindaci sono stati, ancora una volta, l’avanguardia di uno Stato che nella burocrazia rischia di smarrire sé stesso e la ragione profonda del suo essere. Hanno coordinato i soccorsi per le frazioni isolate, hanno messo in moto e controllato la macchina amministrativa e hanno preso le decisioni scomode, come quelle sulle scuole. Alcuni sono scesi in strada, direttamente, a spalare. Da Avezzano, con i volontari del soccorso alpino e della protezione civile, è partita anche una turbina, alla volta di Farindola. Si fa la conta dei danni e delle cose che non hanno funzionato, dalla inefficace comunicazione tra comparti, alla macchinosità delle procedure, ma emerge anche il risultato di scelte improvvide: come lo smantellamento delle Province, tracciato dalla legge Delrio, che in realtà allo stato attuale si traduce solo in servizi essenziali vaporizzati. Spazzaneve rotti e lasciati nei garage senza riparazione perché non si sa chi debba pagarla e con quali fondi, strade di competenza provinciale abbandonate a sé stesse, tra le conseguenze; tagliate le risorse economiche alle Province, resta comunque a loro l’amministrazione di una rete di 130.000 km di strade, 51.000 scuole e tutta la cura dell’ambiente da gestire.

Su tutto aleggia, raramente percepito nella crudezza delle sue conseguenze, il senso di estraneità diffuso rispetto all’ambiente in cui si vive. Per decenni si sono tenuti puliti i perimetri dei terreni, gli argini dei corsi d’acqua, con la consapevolezza di cose ovvie perché naturali,come il fatto che quando nevica forte è bene non spostarsi in macchina, e spostarsi solo se necessario, e che è bene pulire gli accessi, i vicoli, ognuno il suo, che è bene alleggerire le grondaie dalla neve, nella consapevolezza che non si vive dentro un acquario, semplicemente, e che il territorio, la natura, cambiano e portano cambiamenti. Attività svolte in particolare, un tempo, dai giovani delle famiglie. É questo che dovremmo tornare a fare, mentre invochiamo interventi. Come sintetizzato magistralmente da G. Pantaleo sul blog Avezzano Blu2: “ Hai bisogno di una pala quando ti accorgi che la neve ti ha ricoperto l’uscio di casa e tu devi uscire, non di uno smartphone per denunciare al mondo intero la presunta inefficienza del tuo sindaco”. É probabilmente lo spirito che anima quelli che, malgrado la loro ritrosia, abbiamo acclamato come eroi: i giovani marsicani del CNSAS avezzanese che, procedendo nella notte sugli sci hanno tracciato la rotta agli altri soccorritori delle vittime del Rigopiano, bloccati dietro una turbina. Lo stesso spirito che ha ispirato, per buona parte, quando hanno scelto di fare quello che fanno, quegli altri eroi quotidiani, i Vigili del fuoco – che non ti butti tra le fiamme o nelle tormente, con turni massacranti, per uno stipendio di poco più di un migliaio di euro – e i volontari delle diverse associazioni.

Bene dunque la mobilitazione per chiedere che si affronti quanto è urgente, prima che diventi tragedia, con l’attivazione di task force e fondi per l’edilizia pubblica, con procedure chiare e più snelle che diano un più ampio potere decisionale ai primi cittadini, come richiesto al Governo dai Sindaci d’Abruzzo, bene che si decida sul destino delle Province o si definiscano le Aree vaste, l’alternativa funzionale e al centro di un ampio dibattito, per garantire servizi fondamentali ai cittadini. Ma che si decida, e non si attenda la prossima “Eccezionale nevicata”, “Fenomeni atmosferici straordinari”, o il “Forte sisma” che “si sa che ci sarà ma non quando sarà”. É necessario più che mai lo sviluppo di una reale cultura della prevenzione, e agire in base a essa, più che alla trista filosofia del “rimediare”. Bene sarà, però, anche riprendere contatto con l’ambiente nel quale si vive e cominciare, ognuno nel proprio orticello, ad averne maggiore cura nel rispetto di quei cambiamenti che ci rendono obbligatorio adeguarci e, prima di dover invocare l’aiuto delle istituzioni, fare scelte opportune. Incluse quelle, per dire, di evitare di alzare in economia palazzi di sette piani e di non costruire nei valloni.

(Il Punto d’Incontro, febbraio/marzo 2017)