Roma. Alessandro Torlonia ha sempre diviso in due l’opinione pubblica: da una parte c’era chi lo adorava, dall’altra chi lo odiava. Succede ancora adesso, a distanza di anni dalla sua morte, ma questa spaccatura era ancora più marcata negli anni in cui era ancora in vita. Più di una volta subì attentati alla sua persona, ma il tentativo che vi andò più vicino fu di sicuro quello messo in atto da un suo ex dipendente. Pierino Amori, nato tra i monti della Valnerina a Poggiodomo, in provincia di Perugia, a soli 13 anni fu assunto come pecoraio nella bellissima tenuta dei principi Torlonia a Monteleone. Per dieci anni Pierino si prese cura del suo gregge, poi un giorno cadde da cavallo e si ruppe la testa. Per salvarlo i medici furono costretti ad una difficilissima operazione a cranio aperto. Come è facile immaginare Pierino, in quello stato, non poteva più adempiere al suo lavoro e venne licenziato dai Torlonia. Siamo nel 1948, e nonostante i sindacati e l’INAIL non fossero proprio un modello per quello che riguardava i diritti dei lavoratori, Torlonia nulla poté contro il ricorso fatto dal suo dipendente e dovette riassumerlo. Ma nel 1948 capitò un episodio da cui Pierino, ormai diventato persino fattore, non avrebbe potuto scamparsela: sparirono 222 pecore. L’uomo provò a giustificarsi dicendo che erano le pecore requisite dai tedeschi durante la fuga, ma i Torlonia lo denunciarono e infine riuscirono a licenziarlo. Ma Pierino, che continuava a ritenersi innocente ed era convinto che quella fosse solo un’accusa infondata utile alla vendetta del Principe, non si diede per vinto. Cercò nuovamente un colloquio con il Principe che, ogni volta lo rimbalzò. Alessandro Torlonia, impensierito dall’insistenza del suo ex dipendente, lo denunciò persino per minacce al commissariato di Campo Marzio. Ma l’ex pastore non ne volle sapere, aveva un conto in sospeso con il Principe ed era deciso a tutti i costi ad ottenere la sua vendetta. Lo aspettò il 19 giugno del 1949, una domenica mattina, mentre il Principe si trovava a messa accompagnato dalle due sorelle, nella chiesa di San Girolamo degli Illirici, in via Ripetta a Roma. Un paio di agenti lo avevano riconosciuto, ma dopo averlo perquisito e trovato disarmato, furono costretti a lasciarlo entrare in chiesa. Lì, finalmente, Pierino riuscì a guardare negli occhi l’uomo che l’aveva licenziato. Pierino rimase in attesa tutto il tempo poi, finita la messa, alle 11 tirò fuori la pistola e fece fuoco, sparando cinque colpi in direzione del Principe. Tre lo colpirono, al torace, al braccio sinistro e all’addome, gli altri due invece colpirono due fedeli, del tutto estranei a quel regolamento di conti. Il Principe, che sentendosi minacciato aveva a sua volta con sé una pistola, non fece in tempo ad usarla e si accasciò a terra. Torlonia venne subito portato in ospedale, dove si accorsero che l’intestino era bucato in più punti, e lo sottoposero immediatamente ad un lungo e complicato intervento chirurgico. Nonostante i medici avessero ridotto al minimo le possibilità di vita, Torlonia riuscì a salvarsi e a rimettersi in sesto, seppur non prima di aver passato una lunga e difficilissima convalescenza, in cui andò a trovarlo tutta la Roma bene di allora. Pierino, che dopo l’attentato non aveva nemmeno tentato la fuga, fu arrestato e agli agenti di Campo Marzio non fece segreto che il suo scopo, sin dall’inizio, era proprio quello di uccidere il Principe Torlonia. Gli inquirenti accertarono che il gesto di Pierino era premeditato, in quanto l’uomo aveva in qualche modo nascosto la pistola all’interno della chiesa, già con largo anticipo. Ma, ironia della sorte, il suo avvocato riuscì a scampargli il carcere solo perché fece riferimento alla stessa caduta da cavallo che gli costò il posto, appellandosi all’infermità mentale procuratasi proprio in quell’incidente. @francescoproia (si ringrazia Valerio Cristini per la segnalazione)